Terrorismo

Il terrorismo è comunicazione, anzi spettacolo

Persone ferite all'esterno della Victoria Station a Manchester e sulle scale che conducono alla Manchester Arena subito dopo l'attacco suicida avvenuto al termine del concerto di Ariana Grande il 22 maggio scorso. Credit: Joel Goodman/LNP.

Oggi gli europei si sentono minacciati da due avvenimenti: il flusso crescente di migranti dall’Africa e dall’Asia e il ripetersi di episodi di uccisioni e ferimenti di massa attribuiti a vari gruppi, in particolare al cosiddetto Stato islamico. Gli individui, i popoli e le istituzioni reagiscono in vario modo (dalla Brexit alla costruzione di muri, dalle mete per le vacanze al successo di nuovi movimenti politici, dalla guerra agli interventi umanitari), ma sembra che quasi nessun comportamento o decisione sia immune dalla percezione di dover reagire a un pericolo concreto e imminente.

Il terrorista è un perdente radicale

Qualche tempo fa mi sono ritrovato ad ascoltare una canzone di cui non ricordavo neppure più l'esistenza: "La locomotiva" di Francesco Guccini. Si tratta di una canzone, degli inizi degli anni settanta dello scorso secolo, che racconta la storia di un ferroviere anarchico che compì un attentato alla stazione di Bologna. La canzone è basata su una vicenda realmente accaduta.

Nella mente del terrorista. Aggiornamenti dopo la strage di Parigi

Negli ultimi anni si sono avvicendate molte teorie sulla genesi del terrorismo suicida, che ha lasciato l’ultimo orribile segno a Parigi il 13 novembre. Quanto contano gli individui e la loro psicologia, le loro motivazioni? Quanto gli stati e i gruppi che li sostengono? Un importante contributo alla genesi sociale del terrorismo suicida è stato portato da Scott Atranantropologo che lavora presso l’University del Michigan ad Ann Arbor e al Centre National de la Recherche Scientifique a Parigi.