È molto diverso invecchiare da ricchi o da poveri

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Old hands - Photo by Sharada Prasad CS - Licenza: CC BY-SA 2.0.

Parlare di healthy ageing, cioè di mantenimento di una buona qualità della vita in età anziana è oggi oltremodo complesso. L'aspettativa di vita della popolazione si è andata allungando, con il risultato che in paesi come l'Italia la percentuale di over 65 è molto elevata, ed è un fatto che richiede di ripensare l'organizzazione del sistema sociale del lavoro. Ci si scontra però con almeno due grosse questioni: primo, adattare la struttura del mercato del lavoro in modo che riesca a far fronte a una fetta sempre maggiore di popolazione che invecchia e, secondo, fare in modo che le persone invecchino in salute, cioè che gli anni di vita guadagnati, siano anni sani guadagnati. Si tratta di due questioni legate insieme a doppia mandata, dal momento che è necessario da un lato che chi invecchia non diventi un costo ingestibile per i sistemi sanitari nazionali, e dall'altro mantenere gli anziani in salute affinché possano continuare a contribuire al mercato del lavoro.

La strategia che i governi stanno mettendo in atto per adattare i propri sistemi all'invecchiamento della popolazione si basa infatti su quest'ultimo assunto, che si traduce nella maggior parte dei paesi in un allungamento della vita lavorativa, cioè alzare l'età pensionabile.

Il problema sotteso a questa dinamica però è che si tratta per la maggior parte dei paesi di politiche che perdono di vista un aspetto importantissimo: quello delle disuguaglianze sociali. Pensare semplicemente di allungare la vita lavorativa delle persone in modo che – auspicabilmente – riescano a usufruire successivamente di una pensione migliore in vista di una vecchiaia più agiata, è infatti un punto di vista miope. Le disuguaglianze sociali sono qualcosa che si origina lungo l'intera vita di una persona o di una comunità. Solo prevenendo l'insorgenza di eccessive disuguaglianze sociali già dall'inizio della vita lavorativa si può pensare di affrontare il tema dell'invecchiamento della popolazione in modo sostenibile.

Questo in estrema sintesi il messaggio di un recente rapporto di OCSE intitolato, per l'appunto, “Preventing Ageing Unequally”, pubblicato lo scorso 18 ottobre.

Il dato centrale del rapporto è il seguente: stando ai dati raccolti dall'OCSE negli ultimi anni il picco delle disuguaglianze di reddito riguarda la fascia d'età fra i 55 e i 59 anni, cioè la prossima generazione di pensionati. Differenze nel reddito, che si tradurranno in fortissime differenze nella qualità delle pensioni. Inoltre, i nati negli anni Sessanta sono i primi dall'inizio del Secolo breve che si ritrovano a guadagnare di meno rispetto ai nati nella generazione precedente.

L'allargarsi del gap economico all'interno della generazione dei prossimi pensionati non è una questione secondaria, poiché significa che una buona fetta di prossimi pensionati si troverà a vivere non solo un po' di meno, ma soprattutto peggio gli anni che gli restano. Sempre i dati OCSE mostrano infatti molto chiaramente che i lavoratori delle classi sociali meno elevate tendono ad accumulare malattie croniche, disabilità, e quindi per dirla con il linguaggio della statistica, anni persi in buona salute. Oltre al fatto che proprio in ragione di una peggiore salute complessiva nel corso della propria vita, anche la loro produttività – e quindi il loro reddito in termini di continuità e quantità, e dunque la loro pensione – si riduce. Il 30% dei 50-64 enni con bassi livelli di istruzione dichiara che i problemi di salute hanno limitato la loro capacità lavorativa, contro il 10% di chi ha un titolo di studio più elevato.

Molto interessanti sono anche i dati riguardanti la partecipazione della forza lavoro fra i lavoratori fra i 50 e i 90 anni, a seconda della classe sociale lavorativa. Qui OCSE ci fornisce i dati per l'Italia, da cui emerge distintamente che la partecipazione al mercato del lavoro fra i 50-59 enni in Italia (cioè grosso modo i nati negli anni Sessanta) è fra le più basse dell'area OCSE, mentre saliamo nella classifica progressivamente con l'aumentare delle classi di età. Si tratta di dati significativi se vengono incrociati con il fatto che statisticamente chi è impiegato in lavori più pesanti e logoranti, e quindi guadagna meno, finisce per ritirarsi prima dalla vita lavorativa. Sono i più ricchi a voler (e poter) in media lavorare fino a tarda età. Ne consegue che siamo davanti a una disuguaglianza sociale molto forte, che – continua OCSE – si traduce in un aumento del divario socio-economico fra classi di pensionati.

Al tempo stesso però anche il pensionamento volontario è un'opportunità disuguale, poiché come è ovvio solo chi ha potuto guadagnare molto, e magari ricorrere a forme assicurative private aggiuntive, può scegliere in presenza di una salute instabile, di ritirarsi volontariamente dal lavoro.

Per queste ragioni gli esperti di OCSE concordano sul fatto che aumentare semplicemente l'età pensionabile è una soluzione che non coglie il punto nodale, rappresentato appunto dai meccanismi che originano le disuguaglianze, anzi addirittura – scrivono – si tratta di una misura regressiva. Questo per due ragioni: primo, perché a beneficiare della propria pensione sarà principalmente chi potrà godere di anni in salute, cioè chi ha guadagnato di più e ha vissuto una vita lavorativa più agiata. Secondo, perché per i lavoratori meno abbienti, qualora dovessero perdere il lavoro, sarebbe più difficile reinserirsi nel mercato in tarda età, e magari con competenze non aggiornate, rispetto a chi ha un titolo di studio più elevato. 

Cruciale è infatti il tema del lifelong learning, cioè dell'aggiornamento continuo, in particolare sulle nuove tecnologie. I dati OCSE parlano chiaro: l'Italia su questo fronte è messa molto male. Siamo infatti fra i paesi dove la percentuale di 55-64 enni che usano quotidianamente word ed excel nel proprio lavoro è più bassa all'interno dell'area OCSE. E, come è facile immaginare, è proprio chi svolge un lavoro meno qualificato ad avere meno opportunità di aggiornarsi. 

La conclusione di OCSE, che riprende esattamente gli studi di Michael Marmot e colleghi, è che la soluzione stia nel rompere il legame fra svantaggio socio-economico e stato di salute, che richiede un approccio life-course alle disuguaglianze, che parta con l'abbassare il divario anzitutto reddituale fra i trentenni di oggi. Il rischio di povertà sta scivolando di generazione in generazione dalle classi di età più anziane a quelle più giovani, con il risultato che i 20-25 enni di oggi hanno lo stesso rischio di povertà degli over 75.

@CristinaDaRold

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