Dalla diagnosi di dislessia all’università

Read time: 4 mins

Children Reading Pratham Books and Akshara. Credit: Photo by Ryan Lobo - Pratham Books - Licenza: CC BY-SA 2.0.

Le seguenti osservazioni nascono da cinque anni di insegnamento in una scuola superiore di Verona, liceo Classico e Scientifico. Io stessa, insegnante, mai diagnosticata, mi ritrovo in molti degli aspetti che riporto.

E’ mia opinione che invertire le lettere non sia la dislessia (DSA), bensì ne sia uno dei possibili sintomi. Altri sintomi possono essere una calligrafia irregolare o dimenticare delle lettere quando si scrive, soprattutto se non necessarie alla pronuncia. Questi sintomi sono causati da “semplice” distrazione, in quanto il cervello dislessico è caratterizzato da percorsi mentali diversi da quelli comuni; pertanto in compiti normalmente ritenuti immediati, la mente del DSA lavora in modo potenziato alla ricerca di strategie di comprensione di ciò che sta facendo e trascura quelli che ritiene dei dettagli. Il percorso di autocontrollo e consapevolezza deve quindi mirare, nei primi anni di scolarizzazione, a lasciare libera la mente del dislessico di trovare le proprie strategie di soluzione di un problema e solo successivamente impostare la grafia e la procedura di calcolo ritenuta standard. Fare il contrario, come di solito si fa con tutti i bambini a scuola, significa bloccare la mente di un soggetto DSA in modo quasi irreversibile. Viceversa, alla fine di un'educazione ragionata e ben fatta il soggetto dislessico avrà processi mentali originali e rilevanti, e al tempo stesso ordine e rigore al di fuori della media come ritorno dello sforzo che è stato fatto negli anni.

Assecondare le strategie mentali originali del dislessico

L'aggressività non è sintomo di dislessia, anzi il contrario, i soggetti dislessici sono generalmente molto docili proprio perché impegnati sul fronte dei loro processi mentali, per quanto possano presentare sporadici atteggiamenti aggressivi perché frustrati e non compresi. L'aggressività in un bambino è sintomo di disagio profondo, in un adolescente sintomo di disagio mal affrontato; qualsiasi comportamento da parte di istituzioni scolastiche che mira a non affrontare in modo opportuno una situazione di aggressività è da condannare.

Nei primi due anni di scuola elementare si insegna ai bambini a leggere e scrivere pretendendo ordine; tuttavia bisognerebbe non frustrare, bensì osservare, coloro che non riescono a seguire quest'ordine. Potrebbe essere un segnale da prendere in carico negli anni successivi, senza bisogno di preoccupazione o facili allarmismi. Naturalmente scarabocchiare sui fogli di scuola non è segno di dislessia e va disincentivato durante l'attività scolastica che non sia l'ora di arte e immagine. In buona sostanza nei primi anni è bene evitare tutto ciò che confonde le idee e impedisce la concentrazione e l'autonomia.

Per i dislessici gli anni chiave sembrano essere quelli che vanno dalla metà della scuola elementare alla fine della scuola media, secondo il sistema scolastico italiano. Si tratta infatti degli anni della diagnosi e della messa in atto di strategie. Nelle attuali diagnosi di dislessia, le parole ricorrenti sono discalculia e disgrafia, che tuttavia non è pensabile siano presenti simultaneamente in modo rilevante nel soggetto dislessico: è lesivo dell’autostima, irrealistico e significa “non essere”. Come tutti, i soggetti dislessici avranno o una predisposizione per la parte matematico-scientifica o per la parte linguistico-umanistica-sociale, predisposizione che per loro è forse più marcata del normale. Costringere l'allievo DSA, a questo punto adolescente, a intraprendere studi che non collimano con la sua predisposizione potrebbe mortificarne l’originalità e le potenzialità. Nella mia esperienza di insegnante ho conosciuto in particolare una ragazza che se fosse stata diagnosticata in tempo e avesse potuto studiare discipline a lei più congeniali ne avrebbe beneficiato lei, ma anche noi perché aveva moltissimo da offrire sul piano socio-umanistico e molto meno sul piano scientifico.

Scuola, famiglia e autostima

Il DSA (dislessia) e il BES (bisogni educativi speciali) sono due cose diverse e questo si sa. Molte delle diagnosi DSA possono di fatto ricadere in una diagnosi BES che, a mia opinione, non ha bisogno di alcuna certificazione. Infatti che l’intervento didattico standard sia utile solo a circa il 25-30% dei ragazzi di una classe è esperienza comune per qualsiasi insegnante; gli altri sono BES, ossia hanno bisogno di qualche attenzione in più ma non certo di una certificazione. La responsabilità della famiglia nei BES è sicuramente preponderante, lo dico con preoccupazione essendo io stessa una mamma. Ad esempio, ho avuto una studentessa che conoscevo anche quando era piccolina, la sua famiglia amava la mondanità e questa bambina riusciva a presenziare anche a tre feste nello stesso pomeriggio, non riuscendo di fatto a concentrarsi in nessun gioco. L’esito è stato totale incapacità di concentrazione, che risulta molto difficilmente rimediabile. Anche l’autostima gioca un ruolo fondamentale perché molti BES hanno semplicemente poca fiducia nelle proprie capacità di riuscire in discipline come la matematica, la fisica, il latino o il greco. Per tutti questi ragazzi serve un intervento mirato unito a molta disponibilità, che le istituzioni dovrebbero rendere possibile con un curriculum snello che l’insegnante riesca ad adattare ai vari casi.

Obiettivo autonomia e consapevolezza

Tutto il percorso di educazione dovrebbe avere uno scopo. Per il DSA l’obiettivo da raggiungere è quello dell’autonomia e della consapevolezza, in modo che riesca ad affrontare gli studi degli ultimi anni di scuola e l’università in modo indipendente. Arrivare in fondo al percorso d’istruzione e fare una diagnosi di dislessia per l’accesso o durante l’università è indice che qualcosa ha funzionato male nel percorso scolastico. La natura umana è fatta per evolvere e in evoluzione devono essere anche i progressi fatti dal DSA nel percorso di apprendimento all’autonomia e conoscenza del sé.

altri articoli

Giuseppe O. Longo: la scienza va a teatro

Giuseppe O. Longo durante il seminario 'Il Post Umano' al Festival Mimesis 2014.

Professore emerito di Teoria dell’informazione presso l’Università di Trieste, cibernetico, epistemologo, autore di illuminanti saggi sulla teoria dell’informazione, Giuseppe O. Longo è noto al grande pubblico soprattutto per la sua infaticabile attività di divulgatore scientifico, narratore, drammaturgo e anche attore.