Un equipe di ricerca italo-tedesco, composta da ricercatori dell’EURAC di Bolzano e della Technische Universität di Darmstadt, ha rivelato, grazie all’uso della nanotecnologia, la presenza di globuli rossi sulle ferite di Ötzi. I risultati della ricerca sono stati da poco pubblicati sulla rivista Journal of the Royal Society Interface. La mummia Ötzi, meglio conosciuta come l’Iceman, è stata rinvenuta nel 1991 sul ghiacciaio del Similaun, in provincia di Bolzano, con una freccia conficcata nella schiena. Nel corso degli anni, molti studi sono stati effettuati sul corpo, è stato decifrato il DNA, i campioni dello stomaco e dell’intestino hanno fatto luce sul suo ultimo pasto, le circostanze della morte violenta sembrano ormai chiare. Fino ad oggi tuttavia, i ricercatori non erano riusciti a individuare alcun residuo di sangue dell’uomo. Le analisi dell’aorta non avevano infatti portato ad alcun risultato.
“Finora non sapevamo quanto a lungo si potesse conservare il sangue, né tantomeno come si presentavano i globuli rossi dell’uomo durante l’età del rame”, spiega Albert Zink, direttore dell’Istituto per le Mummie e l’Iceman dell’Accademia Europea di Bolzano(EURAC). Il team di ricerca ha esaminato, in collaborazione a Marek Janko e Robert Stark, entrambi ricercatori del Center of Smart Interfaces della Technische Universität di Darmstadt, con un microscopio a forza atomica dei sottili campioni di tessuto prelevati dalla ferita sulla schiena di Ötzi causata da una freccia e da una ferita da taglio sulla mano destra. L’apparecchio analizza i campioni grazie a una punta sottile che percorre minuziosamente le superfici di tessuto e, per mezzo di sensori, ne registra punto per punto la forma. Questa operazione consente di ottenere un modello digitale a tre dimensioni del tessuto. Sulle superfici è stata così scoperta la presenza di globuli rossi con la loro classica forma “a ciambella”. “Per essere certi al cento per cento che si trattasse di vere e proprie cellule del sangue e non di polline, batteri o di un’impronta lasciata da una cellula ormai scomparsa, abbiamo adoperato un secondo metodo di analisi: la cosiddetta “spettroscopia Raman”, spiegano Marek Janko e Robert Stark. La spettroscopia Raman illumina i campioni di tessuto con una luce intensa, grazie alla quale si riescono a identificare le diverse molecole per mezzo di uno spettro di dispersione della luce. Questo metodo ha confermato che i globuli rossi di Ötzi hanno lo stesso aspetto dei campioni moderni di sangue umano. Oltre ai globuli rossi, l’analisi ha rivelato tracce di fibrina, una proteina che regola la coagulazione del sangue. “La fibrina emerge nelle ferite fresche e successivamente tende a diminuire. Questo conferma la tesi che Ötzi sia morto subito dopo esser stato ferito dalla freccia e non nei giorni successivi, come era stato ipotizzato inizialmente”, spiega Albert Zink.